backstage
iniziative
links
guido guidi
tema
panoramiche

la città e il confine

pubblicazioni
materiali
© All rights reserved 2004 www.acmaweb.com
Piantina Gorizia-Nova Gorica
[su]
[giù]

Ma Gorizia non è Berlino

Nel maggio del 2004, con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, cadrà la linea di confine che da quasi mezzo secolo divide Gorizia da Nova Gorica, la città socialista voluta da Tito nel secondo dopoguerra in territorio jugoslavo. I mass media non mancheranno di parlare di caduta dell’«ultimo muro», come per ovvie esigenze comunicative si tende a rappresentare il particolarissimo spazio urbano che negli ultimi cinquant’anni si è costituito tra le due città. Ma il confine tra Gorizia e Nova Gorica è diverso dal muro di Berlino, e molto più simile a un insieme di spazi aperti interstiziali, «retri» delle due città considerati senza valore e quindi non controllati urbanisticamente: una banale periferia interna molto frequente nelle nostre città. La linea di confine, poi, non è la fredda parete in cemento armato che saremmo portati a immaginare. Si presenta sotto forma di una rete metallica colorata di verde molto simile a quella di un condominio, una bassa siepe rettilinea o un cippo segnalatore, fino a scomparire del tutto in aperta campagna. Non vi è un solo reticolato. E il confine, anche nei periodi più acuti della guerra fredda, non ha mai rappresentato per la cittadinanza un limite invalicabile: una decina di valichi, controllati da finanzieri sonnolenti, localizzati sulle principali strade cittadine, hanno garantito, almeno a partire dagli anni cinquanta, una certa fruibilità del territorio da parte dei residenti. Avvicinare il confine di Gorizia a realtà tanto diverse ed estreme come Belfast, Cipro e, recentemente, la Palestina è dunque una mistificazione, oltre che il pretesto per la creazione di uno sfondo appropriato ad azioni con risvolti e finalità politiche. Luogo simbolico, Gorizia è in grado di sedurre un certo tipo di urbanistica finalizzata all’evento comunicativo, una posizione tanto diffusa quanto inappropriata per risolvere le questioni complesse dovute alla presenza di due città gemelle, con due amministrazioni che anche dopo la caduta del confine rimarranno separate e che condividono, spesso con azioni contrastanti, lo stesso territorio. È proprio nella scarsità di idee sulle opportunità progettuali offerte dalla presenza del confine e nella miopia di prospettive delle politiche urbane attivate a partire dalla fine degli anni ottanta dalle due amministrazioni di Gorizia e Nova Gorica che consiste il vero limite dello sviluppo di questo territorio e l’origine dell’attuale squilibrio tra le due città. Nata nel 1947, dopo l’assegnazione di Gorizia all’Italia da parte degli accordi internazionali, Nova Gorica si opponeva per la modernità dei suoi edifici all’immagine della città «storica» d’oltreconfine. La fondazione della città nuova socialista doveva sopperire alla mancanza di un nucleo urbano in un territorio rimasto acefalo, questo mentre a Gorizia veniva, al contrario, improvvisamente a mancare il proprio territorio. Negli ultimi vent’anni, al degrado e al ruolo marginale progressivamente assunto dalla città italiana si è contrapposto a Nova Gorica uno sviluppo esuberante e sregolato, che ha parzialmente compromesso la particolare struttura urbanistica che caratterizzava l’originario progetto di E. Ravnikar. Gorizia non ha saputo riconvertire una base economica cittadina che per quasi cinquant’anni ha sfruttato la posizione privilegiata offerta dallo stato italiano alle economie di confine (zona franca, commercio di piccolo scambio con l’Est, agevolazione ai trasporti transfrontalieri) e si è legata ad una crisi strutturale che vede nell’invecchiamento medio della popolazione, nel decremento demografico (37.000 abitanti di oggi rispetto ai 42.000 di quarant’anni fa) e nella perdita di attese ed operosità delle fasce sociali più dinamiche i fenomeni più allarmanti. Nova Gorica, in reazione a decenni di socialismo jugoslavo, si è affidata al liberalismo più estremo, puntando pericolosamente sulla monocultura economica rappresentata dalle case da gioco e dal loro indotto (più di cinquemila addetti su meno di trentamila abitanti). Una scelta resa possibile dalla prossimità all’«opulento» Nord-Est e dalla disponibilità di manodopera reclutabile per lo più nelle fasce giovanili della popolazione. Dopo la fine della guerra fredda, le due amministrazioni non solo non hanno prodotto un progetto di sviluppo coordinato, ma nemmeno una dichiarazione di intenti che potesse offrire uno sfondo comune ai più recenti documenti urbanistici approvati dai due lati del confine, ovvero il piano strategico di Nova Gorica e il piano regolatore di Gorizia (affidato alla Gregotti Associati). Saranno le diffidenze reciproche ancora espresse dalle due etnie dominanti, o un persistente irrigidimento sui ruoli interpretati dalle due città per quasi quarant’anni (di difesa dei valori nazionali e del capitalismo l’una, di dirompente modernità socialista l’altra), ma le amministrazioni hanno stentato a trovare un dialogo anche su temi più immediati, come l’ambiente o le infrastrutture. L’indipendenza della Slovenia (1991) e gli eventi politici italiani del 1993 hanno rappresentato momenti di apertura di un dialogo tra le due amministrazioni. E però le idee contenute nelle proposte del concorso Europan del 1990, ampiamente abbracciate dal sindaco sloveno Sergij Pelhan, e i successivi incontri e seminari internazionali hanno lasciato poche tracce nelle successive scelte urbanistiche, così come nelle decisioni sulle numerose aree presenti lungo la linea del confine, aree libere o liberabili con la dismissione degli impianti doganali o industriali. All’economia di scala possibile grazie alla pianificazione di infrastrutture e servizi comuni per una città al centro di un diverso territorio europeo (Gorizia si trova sulle principali direttrici della Mitteleuropa) le amministrazioni, sedotte dal mito della privatizzazione, hanno privilegiato, in modo del tutto autonomo ed in aperto conflitto, le opportunità offerte dal mercato immobiliare e dal valore fondiario delle singole aree. Ora il mosaico apposto alla pavimentazione della Transalpina (che ha richiesto una parziale rimozione della rete metallica che separa la stazione ferroviaria dalla piazza) e gli ulteriori gesti dimostrativi predisposti per la celebrazione della scadenza del 1° maggio prossimo segnalano almeno l’intenzione da parte dei due nuovi sindaci, Vittorio Brancati e Mirko Brulc, di abbattere l’«ultimo muro», quello simbolico. Perché certo non si potrà apportare alcuna modificazione della percezione dello spazio urbano fin quando permarranno tra Gorizia e Nova Gorica gli elementi fisici che segnano il confine.

Antonio Angelillo